Visita alla chiesa di San Giovanni Evangelista

Gino Reggiani ci ha accolto il 30 novembre 2022 sul sagrato della chiesa, tra due quinte estremamente affascinanti: la facciata di San Giovanni, con la pietra rosata dal sole, e il composito retro del Duomo. Ci ha intrattenuto sia con gli argomenti storici più antichi (la fondazione del monastero nell’anno 981, la prima chiesa nel 1540 e quella attuale), sia con il racconto più recente della Seconda Guerra Mondiale (la lapide degli ammiragli Inigo Campioni e Luigi Mascherpa, il rifugio sotto il campanile miracolosamente indenne durante il bombardamento del 1944, l’attività clandestina dei frati).

Poi siamo entrati; la navata era poco illuminata, ma suggeriva preghiera e raccoglimento. Accese via via le luci delle cappelle, uscivano dalle tenebre e si svelavano in tutto il loro splendore davanti ai nostri occhi numerosi capolavori.

Reggiani ci ha illustrato i quadri e gli affreschi di artisti, che qui hanno operato per i Benedettini, come Mazzola Bedoli, Anselmi, Caselli, Merano, Taruffi, Francia, Mattioli ma soprattutto Correggio e Parmigianino.

Le opere “immense” di questi ultimi due artisti ci hanno catturato per la loro bellezza.

Nella cupola correggesca appare un cielo aperto e sfolgorante, sulle cui nubi sono adagiati gli apostoli assorti nella divina visione di Cristo discendente verso di loro, in uno svolazzo di panneggi. San Giovanni, quasi nascosto e disteso sul cornicione, al di sotto del cerchio degli Apostoli e rapito da questa visione divina, è legittimato come Santo titolare della chiesa. Nei pennacchi della cupola sono rappresentati i Padri della Chiesa accoppiati agli Evangelisti, mentre lungo il tamburo compaiono a monocromo i simboli degli Evangelisti tra angeli. A sinistra del transetto, s’incontra la lunetta di San Giovanni. In uno spazio semicircolare, il Correggio ha saputo ritrarre l’Evangelista in età giovanile, mentre in atteggiamento ispirato sembra intento ad ascoltare una voce che gli suggerisce dall’alto il vangelo. Sul fregio nero, la scritta in lettere dorate: ALTIUS CAETERIS DEI PATEFECIT ARCANA (In modo più alto degli altri rivelò gli arcani misteri di Dio). La data è incerta; ma sicuramente precede quella della cupola.

Nel sottarco della seconda cappella, a sinistra, il Parmigianino dipinse San Vitale nell’atto di trattenere il cavallo che sembra proiettarsi fuori dello spazio in cui è collocato, e due Diaconi intenti a leggere. Nel sottarco della prima cappella vi affrescò Sant’Agata con il suo carnefice e le Sante Apollonia e Lucia. Il gruppo delle due Sante è caratterizzato da un’estrema dolcezza che rimanda, come i putti della fascia esterna, al Correggio intento a lavorare a pochi passi da queste cappelle.

Usciti dalla chiesa abbiamo usufruito di una rara occasione: dal portone laterale, casualmente aperto, ci è apparsa la fiancata destra dell’edificio sacro e il campanile nella sua verticalità, il più alto di Parma. Poi abbiamo svoltato in Borgo del Correggio, già degli Uccellacci, per vedere l’aquila dipinta sul muro della prima casa, l’ultima rimasta delle tante che contrassegnavano le proprietà del monastero. Ma purtroppo era già buio e l’aquila “era nascosta nel suo nido” al pari dei falchetti che svolazzano tutto il giorno attorno alla torre.

 

Lori Carpi

ultimo aggiornamento della pagina: 2 dicembre 2022

 
 
 
 

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