Novità e tradizione nell’opera di Verga
relazione

La Dante vuole celebrare il centenario della morte di Giovanni Verga, uno degli autori più importanti del panorama culturale italiano, avvenuta a Catania il 27 gennaio 1922.

La prof.ssa Isa Guastalla inizia la sua conferenza del 14 marzo 2022 spiegando il titolo scelto Novità e tradizione nell’opera di Verga.

Tradizione, perché l’autore guarda a Manzoni, che nei Promessi sposi racconta la storia milanese del XVII secolo e fa entrare nella letteratura gli umili. Manzoni domina i suoi personaggi, descrivendoli nei minimi particolari così come descrive i luoghi, e usa un linguaggio che diventa nelle successive stesure sempre più unitario, fiorentino. È il suo linguaggio, quello dello scrittore che è anche il narratore.

Verga, catanese e aristocratico di nascita, lascia la Sicilia e si trasferisce a Firenze e a Milano, in questa città del Nord soggiorna a lungo frequentando i salotti aristocratici, dove si parla francese, e gli artisti del tempo.

Lo scrittore guarda al Naturalismo francese, che nella seconda metà dell’Ottocento ha sviluppato un nuovo modo di pensare basato sulla realtà e sulla fiducia nella scienza e nel progresso, e specialmente apprezza le opere di Zola; in Italia lo stesso pensiero dà vita al Verismo, il primo pone la sua attenzione alla vita delle città, specie dei quartieri più poveri, mentre il secondo descrive particolarmente la vita dei campi. Con la novella Nedda si assiste al passaggio dalla letteratura della prima metà dell’Ottocento al Verismo, a cui lo scrittore aderisce e innova lo stile. Non scrive, infatti, da autore colto qual è, ma come uno qualunque dei protagonisti della sua opera. Il lettore, pertanto, deve calarsi piano piano nel racconto, arrivare a comprendere i personaggi attraverso le loro azioni e le loro parole. Così il suo linguaggio non è quello dello scrittore tradizionale ma una lingua spoglia e povera, piena di termini, proverbi, modi di dire e imprecazioni popolari, dalla sintassi elementare e a volte scorretta. Verga tuttavia non usa mai il dialetto anche se ne utilizza le strutture, usa una lingua italiana con differenti cadenze dialettali. Con Cavalleria rusticana, ambientata in Sicilia e tramutata da Pietro Mascagni in opera lirica nel 1890, intreccia letteratura e musica. Il richiamo della sua terra ritorna prepotente, anche per la morte del fratello, e qui ritrova il tempo, la società, i tipi umani della sua infanzia e giovinezza. Pubblica Vita dei campi, Novelle Rusticane e i romanzi I Malavoglia, Mastro don Gesualdo (i primi due romanzi del ciclo incompiuto dei Vinti, cioè quelli che si oppongono al destino, rimanendone schiacciati). Le sue opere si caratterizzano per l’oggettività delle descrizioni, sono basate su elementi reali e non fantastici e sulla impersonalità perché convinto che l’autore non debba comparire dentro le storie e i racconti, non debba esprimere le proprie opinioni e riflessioni. Verga utilizza una tecnica narrativa impersonale, in modo che l’opera sembri non avere alcun punto di contatto col suo autore. Raggiunta l’agiatezza economica, nel 1894 si ritira a Catania e pubblica un’altra raccolta di novelle, Don Candeloro; nel 1903 esce il dramma Dal tuo al mio, nel 1911 inizia il terzo romanzo del ciclo, La duchessa di Leyra, che però non viene terminato. Nominato senatore nel 1920, muore nel 1922.

Lori Carpi

ultimo aggiornamento della pagina: 30 marzo 2022

 

 

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