Conferenza a cura di Ivana Cuccurullo Del Puente

A Ivana Cuccurullo è affidata la conferenza del 10 novembre per i Lunedì della Dante, come riferisce la Gazzetta di Parma del giorno 9, a pagina 18

Nuovo annuncio della Gazzetta di Parma del giorno 10 novembre 2025, a pagina 14, della conferenza di Ivana Cuccurullo per i Lunedì della Dante del giorno stesso
LA PARMIGIANITÀ
Origini e contesto della Parmigianità
Ma quando, come e con chi è nata la Parmigianità vera e propria, che intendiamo oggi?
Difficile stabilirlo con precisione, tuttavia ci è lecito supporre che l’arrivo di Maria Luigia a Parma che ha importato tanta cultura francese ed austriaca, ma ha anche promosso ed elevato tanta Parma, ha certamente contribuito con queste due correnti che viaggiavano in contemporanea e parallele a porre le basi di una nuova presa di coscienza, di un nuovo senso di appartenenza, di una nuova fierezza che nel tempo ha potuto delinearsi come più specifica Parmigianità.
Certo già nel Seicento con il “regno” dei Farnese Parma era salita ad un notevole rango culturale e ad una più specifica caratterizzazione artistica, basti pensare al teatro Farnese unico esempio nel suo genere. Quindi Maria Luigia non trovò al suo arrivo una modesta città provinciale, ma trovò la sede del Romanico col suo superbo Duomo, col suo incantevole Battistero, trovò Benedetto Antelami, con la sua splendida Deposizione, il Correggio con le due grandiose cupole, il Parmigianino, e tanti altri artisti importanti, tutte opere che caratterizzavano già Parma come città d’arte e di cultura. E niente come l’arte e la cultura formano l’humus della personalità e della specificità di un popolo.
Maria Luigia poi “costretta” a relegarsi a Parma piuttosto che Parigi o Vienna, pensò di abbellire ed arricchire la città per farne il suo nido che più le ricordasse i luoghi della sua provenienza. Così disegnò il Giardino con il laghetto, delizia di tanti parmigiani, chiamò il Petitot per riprodurre in piccolo quanto di più simile ad un boulevard francese, e così Parma divenne per incanto la piccola Parigi. Ma tutto questo anziché spostare l’attenzione da Parma alla Francia, per esempio, contribuì invece a rinforzare un senso più forte di speciale identità ed a far nascere nel cuore dei Parmigiani la cosiddetta Parmigianità, cioè l’orgoglio, ed il riconoscimento della propria diversità.
Sì, perché di diversità si tratta, di un qualcosa che rende Parma speciale, unica, appunto diversa.
Nella prima metà del Novecento poi, il desiderio di riconoscersi e di farsi conoscere al mondo, cioè a Roma, spinse diversi giovani intellettuali a riunirsi, come già avveniva nei salotti e nei caffè parigini nell’Ottocento, per parlare, discutere, confrontarsi su importanti temi culturali ed esistenziali ed infine raccogliere e stampare il risultato di questi dibattiti in un libro che prese appunto il nome di “Raccoglitore”.
Tra questi giovani intellettuali figurano in primis Mario Colombi Guidotti, avvocato, Pietrino Bianchi, giornalista, Giancarlo Artoni, avvocato, Vittorino Cuccurullo, imprenditore, ed altri ancora.
Questo per indicare lo spirito che animò i trentenni di allora e che li spinse a voler “raccogliere” appunto, pensieri, riflessioni, emozioni perché fosse lasciata traccia della sensibilità della loro speciale città.
Anche altri grandi intellettuali del Novecento arricchirono Parma della loro presenza e delle loro opere, vedi per citarne qualcuno il poeta Attilio Bertolucci, il poeta oltre che regista cinematografico Pier Paolo Pasolini, che pur non essendo parmigiano si sentì indissolubilmente legato a Parma, e lo scrittore Alberto Bevilacqua.
Negli anni Cinquanta il poeta e insegnante Attilio Bertolucci si unì al medico e critico d’arte Roberto Tassi in una avventura completamente nuova per l’Italia: la pubblicazione della rivista “Palatina” che per la prima volta univa e trattava l’arte con la cultura. Anche questo fatto contribuì a fare di Parma già da allora una città culturale e di per sé particolare.
E per finire non posso omettere di citare altri quattro giganti, ognuno nel suo ambito che tanto lustro hanno dato a questa nostra città.
Giuseppe Verdi, figlio della Bassa che ha trasposto nelle sue eterne composizioni tutto il sentimento di cui si era nutrito nelle sue terre. Così pure il grande Giovannino Guareschi che con i suoi mitici Don Camillo e Peppone ha permeato di bontà, onestà e rettitudine l’aria semplice contadina e rurale delle nostre campagne.
Giorgio Torelli grande penna del giornalismo, che pur vissuto lontano da Parma l’ha amata visceralmente e se ne è fatto portavoce e porta bandiera. E tanti altri illustri Parmigiani. Ma per finire come non rendere omaggio al nostro grande Pietro Barilla, che tra gli innumerevoli meriti ha avuto anche quello di unire l’arte all’industria, al mondo del lavoro comprendendo ante litteram che il lavoro se vuole elevarsi deve abbeverarsi al mondo dell’arte e della cultura.
Oggi molte cose sono cambiate da allora e molti non sanno nulla di tutto questo ma tuttavia pur non conoscendo la storia si trovano a vivere a loro insaputa quella Parmigianità che è venuta componendosi a poco a poco nel tempo come un tessuto di trame ed intrecci prezioso perché unico.
Dalla Voce… alla Strada,
dalla Strada… alla Voce
Quando si spengono le luci, in platea e sui palchi rimangono solo quelle del palcoscenico, che illuminano artisti ed orchestrali. Tutto qui.
E di colpo ha inizio la magia del teatro, che tutto annulla, il prima, il durante, il dopo, ed interamente assorbe l’attenzione ed i sensi degli spettatori, che, così rapiti, diventano un tutt’uno con il tenore, con la soprano, con il coro e persino con le comparse.
Il maestro d’orchestra diventa per incanto colui che tutti dirige: i suoni, i ritmi, le pause, i silenzi.
E artisti, orchestrali, pubblico diventano un tutt’uno, un gregge multiplo condotto dal maestro che tutti accorpa e guida.
È qui che la Voce, quella imponente e precisa del tenore inizia la sua avventura, che diventa la nostra avventura, di spettatori e coadiutori.
Sì, anche noi entriamo stranamente a far parte del momento magico, cantiamo anche noi con il cuore, con l’anima insieme al Cantante, e ci infervoriamo quanto lui.
Tutto viene trascinato dalla forza emozionale e tutto diventa commozione. Dal latino cum-moveo, commozione significa inizialmente “muoversi con”. Io mi muovo con te, con voi, con il tutto e così ne divento parte. Anch’io parte del tutto. Fin qui tutto è regolare, comune direi.
Ma noi abitiamo a Parma, viviamo Parma, respiriamo Parma, e questo non si sa come, né bene perché fa la differenza. Apparentemente è un mistero.
A Parma infatti diversamente dalle altre città la Voce non rimane chiusa nel palcoscenico, nella platea, nei palchi, nei loggioni, nell’atrio del teatro, e nemmeno nel cuore e nell’anima degli spettatori soltanto. La Voce esce dal sontuoso Teatro Regio di Parma, e come fosse fatta di pura energia, di semplice armonia, di eterea bellezza, si diffonde, si sparge per le vie, per i borghi, soprattutto là dove abitano, vivono e spesso lavorano i vecchi parmigiani del “sass”.
Un tempo quando tanti anni fa io ero bambina questo fenomeno era divulgato al punto che non c’era garzone di bottega, artigiano, operaio, che non cantasse abitualmente, lavorando o andando per via, romanze e pezzi d’opera.
La Voce era uscita dal sacrario del Teatro, tempio della lirica, ed aveva preso corpo nelle voci dei parmigiani, per Strada. Questo passaggio apparentemente innocuo e tranquillo, ha invece prodotto un’autentica rivoluzione non solo culturale ma sociale.
Ha dato origine alla Parmigianità, o forse, ne è la diretta conseguenza…chissà!
Ma di cosa si tratta, cos’è la Parmigianità di cui noi tutti andiamo tanto fieri, che ci contraddistingue da ogni altro cittadino italiano, che fa di noi un gruppo unico e speciale?
Ma cos’è questa Parmigianità che tutti contagia, italiani e stranieri e vediamo quanti vengono a Parma per studiare o lavorare e poi non vogliono più distaccarsene, e che pur venendo da regioni culturalmente ben lontane e differenti, restano contagiati da questa Parmigianità e sia pure inconsapevolmente se ne innamorano.
Io, pur nata a Parma, dai quattro mesi di vita ai nove anni sono vissuta in Egitto, al Cairo, ed ho studiato in una scuola cattolica dove imparavo il francese, l’inglese e l’arabo e non l’italiano; dove ho acquisito il senso della disciplina, del dovere e soprattutto il metodo che guida e orienta ogni azione dell’uomo da quella mentale a quella pratica. Io, dicevo, catapultata a Parma a nove anni dalla guerra del canale di Suez del 1956, io mi trovai a fare i conti con un mondo totalmente differente da quello da cui provenivo così allegramente mediterraneo e multirazziale ed estremamente comunicativo e caldo come il suo clima. Tra le innumerevoli diversità la cosa che più attirò la mia attenzione e toccò il mio cuore fu proprio la Parmigianità che compensava la apparente “freddezza” delle relazioni parmigiane se confrontate con quelle egiziane.
A tutt’oggi non saprei bene dire (come Montale con il prodigio che schiude la divina Indifferenza), ma certo ho capito di pancia e non di testa che la Parmigianità è tutta e solo di Parma, qualcosa di indicibile, di non spiegabile e forse non dimostrabile che appartiene solo a questa città straordinaria, forse unica.
Quello che fa della Parmigianità la sua preziosità è proprio il mistero della sua origine e della sua composizione. È un mix di bellezza, magia, nostalgia, sentimento, umiltà ed al tempo stesso fierezza. Potremmo fermarci a lungo su ognuno di questi aspetti, che non sono solo parole, ma sono piuttosto realtà formatesi nel tempo e nel corso della nostra esistenza. La gente di Parma anche la più umile e culturalmente meno dotata è comunque elegante. Ha una sua dignità, un suo stato di riconoscimento, quasi fosse un blasone di antiche generazioni, che porta con sé come distintivo la “nobiltà” della persona.
Sicuramente aver trasferito la Voce dal palcoscenico del Teatro Regio ai loggioni, e poi alla Strada, ha permeato la Voce di Parmigianità, l’ha fatta diventare parte viva, integrante del vissuto del più semplice, del più modesto dei parmigiani del sasso.
Queste liriche cantate e ricantate per tutta la loro vita da questi straordinari parmigiani, sono diventate il loro bagaglio culturale, la loro laurea, il mondo emozionale ed affettivo che potevano così aprire alla vita, agli altri, attraverso il loro canto e liberare i segreti del loro cuore.
Ma ecco che la Voce giunta alla Strada e compenetratasi con lei, sente il bisogno di ritornare da dove era partita, da quel palcoscenico, nel corpo di un cantante “straniero” a Parma, trascinata dal suono di tanti strumenti, spesso anch’essi “stranieri”, e sotto la sapiente guida di un maestro che anch’esso cambia col cambiare del cartellone.
E così la Voce, anche qui misteriosamente non è più la voce iniziale anonima, ma è diventata per strane vie la Voce della Parmigianità, come se anche il cantante, il musicista, il maestro d’orchestra “stranieri” fossero rimasti anch’essi contagiati dalla Parmigianità che fa di Parma un luogo unico oltre che straordinario.
Ivana Cuccurullo Del Puente
ultimo aggiornamento della pagina: 18 novembre 2025
