Voci della montagna
in tempo di guerra

Relatore: Marco Minardi

I fatti che si sono verificati nelle nostre montagne dopo l’8 settembre 1943 erano raccontati, fino a non molti anni fa, dalla viva voce di chi li aveva vissuti e non solo dalle ricerche degli storici. “Qualche volta è sembrato che le testimonianze dirette interferissero con il lavoro degli studiosi, ma non è stato così- asserisce Minardi con forte convinzione nel suo contributo del 16 dicembre- anzi queste hanno inciso in profondità e contribuito ad una visione più completa della storia”.

L’8 settembre è un giorno fondamentale nel secondo conflitto mondiale perché segna un totale cambiamento nelle operazioni di guerra fino ad allora conosciute. In quella data qualcuno si illude che la guerra stia per finire, ma la realtà è molto diversa, crudele e distruttiva per l’occupazione dei tedeschi, ora diventati i nemici.

Il periodo più duro riguarda l’inverno del 1944/45 con il fronte fermo sull’Appennino tosco-emiliano. È un periodo di stasi, di attesa, con gli alleati che si spostano sul fronte francese. La guerra invade ogni campo e ha tante voci ignote. Aumenta il numero delle vittime civili, che diventano l’obiettivo di feroci rastrellamenti. È una guerra nuova, inaspettata.

Abbandonati i percorsi più rischiosi i fuggiaschi si riparano sui monti, spesso sono soldati alleati britannici o yugoslavi provenienti dai campi di detenzione tedeschi e che vogliono riparare in Svizzera. Dare loro aiuto diventa molto pericoloso.

Minardi ci porta alcune testimonianze di uomini e donne delle montagne parmensi, che fino ad allora erano rimaste lontano dagli scenari bellici ed ora ne sono protagoniste, e cita Fabio Baldi di Campora: “Io ero piccolo, avevo 14 anni ma ne dimostravo 10, assieme a mio padre sono andato a nascondermi nel prato fuori dal paese. Non si pensava che arrivassero ad uccidere e incendiare… quello lo abbiamo capito dopo… Non pensavamo che uccidessero… che cercassero i partigiani sì, ma uccidere così… Sì i partigiani, era difficile per le popolazioni distinguerli dai razziatori, ma dopo il rastrellamento cominciarono a fare sul serio. Avevano munizioni e viveri…”

I partigiani vivono là dove i montanari accettano il loro insediamento e, spesso, in risposta a questo i tedeschi assalgono villaggi, rubano il bestiame, incendiano gran parte delle case e catturano tutti gli uomini abili da spedire in Germania. Sono, in questo modo, punite e deportate le comunità più che i partigiani che, avvicinandosi il pericolo, si nascondono sulle cime più alte, in luoghi inaccessibili. Sono attacchi alle comunità, non ai singoli. Molti parroci sono stati la memoria di queste atrocità: “Prendevano il bestiame, gli uomini e i ragazzi.”

Un altro testimone di Neviano, Enzo Ubaldi, racconta come alcuni uomini riparati nel bosco si fossero lasciati convincere a rientare in paese dalla ingenuità delle mogli che avevano creduto nella falsa promessa che non sarebbe loro successo nulla. “Comunque, ventun uomini legati mani dietro la schiena con il filo di ferro e incolonnati per Lupazzano… Tra questi alcuni che erano nel bosco con me e io avevo detto loro: -Ragas vediamo come si comportano domani…”

Nel paese si assiste ad un terribile rastrellamento che produce tuttavia un desiderio profondo di rivincita sui tedeschi e un maggior legame con i partigiani.

Come abbiamo sentito il teatro di guerra diventa il bosco, luogo di rifugio e di concertazione per la difesa e la guerriglia.

A Berceto, Compiano, Strela si verificano gli episodi più cruenti. I tedeschi e i fascisti vengono su piano piano e sparano con il mitra ogni qualvolta si trovano di fronte degli uomini, bruciano le case e portano via tutto, come spiega Costantino Bertani.

L’ultima lettura è tratta da Vestire gli ignudi, memoria di Rosetta Solari, in Storia e Documenti I anno 1989: “Quel giorno non c’era anima viva in giro. Poco lontano la sorgente d’acqua scorreva come sempre fra grossi macigni di pietra. Lungo il muro a secco che limitava l’orto si vedevano le solite erbacce, ortiche, avena selvatiche prepotenti fra le esili trasparenze delle felci. Su un ciliegio alcune ciliegie in alto, irraggiungibili. Quando a Baselica le ciliegie erano mature, quassù si aprivano appena i primi fiori. Ma nulla è come prima, pensavo seduta sul muro dell’orto. Anche dove non bruciano e non distruggono, i tedeschi lasciano sempre quest’aria di desolazione, di abbandono, di cose spogliate che non servono più. Lasciano dietro un senso di sospensione, di attesa come se la gente si aspettasse di vederli tornare. Strano il potere che hanno questi biondi stranieri che lasciano dove passano la rovina e il terrore. Arrivano come sciame invadente di cavallette e, come cavallette, distruggono con l’incoscienza di insetti.

È questo che più fa paura nel tedesco, la sua impersonalità meccanica nell’eseguire gli ordini. Non sentono come noi. Nel rastrellamento non hanno fatto distinzione. Partigiani? Civili? Non hanno risparmiato nessuno, vecchi, donne, bambini, cosa gli importa del viso sconvolto dalla paura delle donne, degli occhi fissi dei bambini? La mente si rifiuta di accettare come vero quello che è successo. Non ci si ferma, non lo si lascia penetrare. Non possiamo pensare a Strela, alle case che bruciano a Cereseto, ai muri anneriti, per istinto di autodifesa passiamo ad altro…”

Conclude Minardi: Quelli furono venti mesi assai complicati. Alla fine della guerra molti parroci cercarono di riconciliare le parti, ma le comunità erano state violate e le ferite non erano solo fisiche e non erano facili da rimarginare.

Intense le letture, proposte ai presenti, effettuate da Roberta Affanni e Cristina Molinari Tosatti.

L. C.

ultimo aggiornamento della pagina: 30 dicembre 2019

 

 

 

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