Mauro Lucco presenta
Andrea Mantegna

21 ottobre 2013

La Società Dante Alighieri ha accolto la delegazione di Limoges e il numeroso pubblico con una conferenza su Andrea Mantegna, magistralmente condotta dallo storico dell’arte Mauro Lucco, di cui a breve uscirà una monografia dedicata al pittore padovano.

Il professor Lucco, con la semplicità e la passione che contraddistinguono i grandi studiosi, ha accompagnato il pubblico alla scoperta di uno dei più grandi pittori del ‘400, presentandolo come si fa con un amico.

Chi c’era ha potuto conoscere un Mantegna diverso, un artista che con la sua pittura ha conquistato nuovi orizzonti della mente, aprendo lo sguardo al paesaggio e ai sentimenti; a volte persino all’ironia, anche se di solito è ricordato per il rigore e la serietà.

Già a 17 anni ebbe l’opportunità di dimostrare il proprio talento innovativo con due opere straordinarie: il San Marco, ora a Francoforte, dove lo spazio è completamente gestito ed utilizzato come mai era stato fatto fino a quel momento, e la cappella Ovetari, presso la chiesa degli Eremitani a Padova, quasi una “Sistina del nord”, in largo anticipo su quella vera.

Il pittore nel suo percorso si libera dai lacci del Medioevo per poter trovare una nuova libertà, che ricerca nel mondo greco e romano la radice di ogni umano progresso.

Mantegna era cognato di Giovanni Bellini, e genero di Jacopo Bellini, che in quel momento godeva di grande notorietà a Venezia e in tutti i luoghi che all’epoca indirizzavano e “facevano” la cultura.

Mauro Lucco, che nel 2008 ha curato presso le Scuderie del Quirinale un’importante mostra sul Bellini, con ben 60 opere, ha messo in evidenza alcune affinità tra i due pittori, che a volte utilizzavano le stesse tracce compositive. Ma il Mantegna nel dipingere è duro, come se stesse scolpendo nel marmo con una logica ferrea; il Bellini sa invece abbandonarsi alla dolcezza accogliente delle emozioni, nei suoi paesaggi pacati e definiti.

Con l’ingresso alla corte di Mantova, l’artista raggiunse la notorietà; la sua pittura si impose come la più “vera” nel rapporto tra figura e sfondo, e nella resa del ritratto, con un punto di vista di un rigore fino a quel momento mai adottato.

Alla corte dei Gonzaga dipinse la famosissima “Camera degli Sposi”, modificando, con la fantasia della sua rappresentazione, spazi architettonici reali, e giocando con le proporzioni e la prospettiva: ad esempio creando nel soffitto l’illusione dello spazio aperto, attraverso un celeste oculo. Il lucernario è decorato con figure semplici e giocose, le pareti offrono un racconto magnifico, per l’uso dei preziosi colori come lapislazzuli, che parlano di scene semplici e familiari.

Con “Il Cristo morto”, dipinto che il Mantegna non volle mai vendere, riuscì ad esprimere al meglio il sentimento; qui la prospettiva non è volutamente rispettata per evidenziare il dolore e la morte, e il taglio scenico racconta per la prima volta della consapevolezza della casualità nelle vicende umane. Spesso si considera “L’ultima cena” di Leonardo il primo tentativo di manifestare in pittura i sentimenti; in realtà il Mantegna lo fece venti anni prima.

Nella conferenza lo storico dell’arte ha generosamente raccontato anche le competenze dell’artista come architetto, grafico, decoratore, inventore della stampa su rame, meccanico, e autentico scopritore delle possibilità della cornice.

Il profilo del Mantegna, delineato dal professor Lucco, è di un uomo in anticipo sui tempi, che, con fedeltà rigorosa, riesce nei suoi dipinti ad interpretare gli scritti antichi, come confermano gli archeologi, per trovare nell’antico, come momento fondante della civiltà, il senso e le ragioni del futuro.

Antonella Ghirardi

ultimo aggiornamento della pagina: 16 novembre 2013


Dalla prefazione del libro Mantegna di Mauro Lucco:

“…per me, scolarizzato a Padova sino alle soglie dell’Università, Mantegna è sempre stato una presenza familiare. Ho ancora un vago ricordo di bambino, tenuto per mano da mio padre, in visita alla cappella Ovetari, negli anni Cinquanta, quando ancora si elaborava il lutto per la perdita di quel capolavoro; ed è dagli anni Sessanta che la nozione scolastica della sua grandezza, a partire dalla rivalutazione operata nella mostra mantovana del 1961, si è impressa nella mia mente…

…Davanti agli affreschi padovani di Mantegna, ho sempre avuto la sensazione vitale di una realtà intensificata, di una verità lucente davanti agli occhi; la precisione degli spazi, della relazione tra figure e ambiente, della raffigurazione delle distanze, la credibilità, garantita dall’esperienza, dei volti, dei gesti, dei costumi, la plausibilità delle azioni e delle espressioni, come in una sorta di stoicismo cristiano,
già nei secoli passati avevano colpito alcuni osservatori…

…La complessità dell’arte di Mantegna è difficile da rinchiudere in un modello, in un’idea; ma si può intanto iniziare a dire che, in un mondo in cui l’approccio ai problemi era generalmente analogico, tendendo, anche in pittura, ad adeguare e imitare le soluzioni precedenti, e muovendosi entro un orizzonte chiuso, egli è colui che ragiona, si pone dei perché, trova nuove strade esplorando oltre il limite di quelle antiche, e rompe i confini del suo mondo intellettuale…

…per lui, come per molti altri, la base di partenza era invece il mondo antico (allora non c’era differenza tra quello greco e quello romano), considerato il momento più alto della storia dell’umanità, da cui muovere per andare oltre, per costruire un uomo migliore. La conoscenza di quel mondo sepolto veniva non solo dall’opera di amici e conoscenti “antiquari”, ma anche e soprattutto dal suo incessante studio (la sua biblioteca, come sappiamo da un documento del 1510, era di notevole consistenza per l’epoca, e abbracciava molti grandi classici latini) e dal desiderio di riscoprirne le vestigia, rielaborandole in un insieme personale…

…La distillazione del pensiero in forma visiva era letta poi come di una indiscutibile verità; e la capacità esecutiva e il controllo manuale, di perfezione assoluta. Tutto quel che si vede, o non si vede, nei suoi dipinti ha una precisa ragione per essere lì, derivante da una vicenda di base tradotta in forme, spazi, ambienti, tempo, suoni, coinvolgente come l’opera d’arte totale di cui si parlerà secoli dopo; la cui messa in scena prevale persino su aspetti della storia stessa, che vengono taciuti. L’immagine non nasce spontaneamente dall’inventiva, ma è il risultato di una conoscenza capillare e sfaccettata non solo dell’evento da rappresentare, delle sue circostanze, del modo di attuarsi, persino dell’universo simbolico dei gesti, antichi e moderni, ma di una curiosità quasi scientifica per ogni cosa e aspetto del mondo circostante: rientra sotto questo ombrello, per esempio, il fortissimo interesse per la struttura e la morfologia delle pietre e dei marmi…

…Questo illuminare con la luce del presente uno o più aspetti di un artista del passato, rimasti a lungo sepolti nella polvere della storia, e destinati magari, in altre epoche, a rientrarvi,… è ciò che rende tangibile, verificabile, la persistente vitalità dell’arte mantegnesca. Che lo si possa interpretare solo in base ai canoni del suo tempo è infatti un mito, una bugia consolatoria: se così fosse, la sua immagine sarebbe rimasta fissa nei secoli; e invece quali cambiamenti, quali cicli di alti e bassi!…

…Alla fine, questo è solo un modo per leggere Mantegna; la ricompensa più bella per la fatica di scrivere questo libro è pensare che almeno alcuni lettori possano trovare i loro percorsi, del tutto individuali, per penetrare nelle sue immagini. I miei nonni contadini, a chi si preoccupava delle mie divaganti distrazioni da bambino, del mio perdermi dietro a infinite cose senza collegamento, dicevano di lasciarmi stare, perché è la curiosità che muove il mondo; essere incuriositi da Mantegna, dai mondi dischiusi dai suoi quadri, è una meravigliosa avventura di conoscenza, per chiunque la voglia provare…”

(da op. cit. Mauro Lucco, Mantegna, 24 Ore cultura Srl, Milano)

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