Mario Colombi Guidotti
che colse il profumo
di una italiana “età del jazz”

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Relatrice: Isa Guastalla

L’opera letteraria è un percorso complesso, un mondo da attraversare, storie da offrire con ricchezza di modalità espressive e con toni alternati.

Il tutto sostenuto da amicizie piene di rispetto, da distanze non prive di malinconia, da corrispondenze spesso in penombra che permettono di stare gli uni vicino agli altri: questo l’itinerario di Mario Colombi Guidotti presentato da Isa Guastalla Guidotti e da Lei manifestato con controllate ma intense emozioni.

“C’è qualche giovanissimo scolaro apprendista/ non ancora di leva…C’è/ piccoletto, biondastro/ chiaro d’occhi, irrequieto il corpo/ abbandonato al vimine accogliente,/ la mano sottile degna di punizione, vogliosa/ sempre sul petto non più adolescente,/ chi nelle prime prove in versi si rivelò più sgraziato. / Era giusto che gli venissero endecasillabi aritmici/ poi che doveva nella prosa dei suoi romanzi/ trovare la sua misura.”

Così Attilio Bertolucci ne “La camera da letto” definiva Mario Colombi Guidotti diciannovenne dopo che aveva frequentato il liceo classico “Maria Luigia” dove aveva avuto come maestri Francesco Squarcia, Tito De Stefano, Pietrino Bianchi e lo stesso Attilio Bertolucci.

La sua formazione ampia, moderna ed attuale era coerente con il clima culturale della città degli anni Cinquanta: a Parma, nel primo Dopoguerra, vivono e insegnano il toscano Aldo Borlenghi, italianista, il pugliese Oreste Macrì, ispanista. Negli anni precedenti qui hanno vissuto e lavorato Cesare Zavattini, Mario Luzi, Giacinto Spagnoletti.

Nell’immediato Dopoguerra, nel 1946, nasce non casualmente a Parma una rivista di cinema, “La critica cinematografica”, fondata e diretta da Antonio Marchi e da Fausto Fornari, si pubblica “L’Uomo Libero”, diretto da Colombi Guidotti.

Nel clima di quella che Pier Paolo Pasolini chiamò “Officina parmigiana” nasce la pagina letteraria quindicinale della “Gazzetta di Parma” che riprende l’antico nome di “Raccoglitore”, fondata da Francesco Squarcia, Attilio Bertolucci, Mario Colombi Guidotti, e da quest’ultimo sostanzialmente diretta, dopo il trasferimento a Roma di Bertolucci. Collaborano al “Raccoglitore” intellettuali di tutta l’Italia.

Oltre i numerosi articoli di critica letteraria e poesie, solamente i racconti Impazienza (1952) e Vogliamo svagarci (1954) vengono pubblicati durante la sua breve vita. Le opere più importanti come Il grammofono e il romanzo Tormentosa stagione, sono pubblicate postume.

Ed è attraverso l’analisi de “Il grammofono”, premiato a “Libera Stampa” di Lugano nel 1955, che Isa Guastalla esemplifica i tratti stilistici di Mario Colombi Guidotti.

Nel protagonista, Enrico, Il filo di una profonda inquietudine adolescenziale irrisolta e le tracce di una generazione che riflette il clima del secondo Dopoguerra, spesso attratta da emozioni talmente estreme da risultare autodistruttive e pervasa da una noia che inutilmente tenta di evadere il tempo. Novità nelle tematiche e nel linguaggio che sono state comprese dalla critica che ne ha sottolineato l’originalità e l’estraneità al Neorealismo. Agivano su Colombi Guidotti le influenze della narrativa moderna e contemporanea inglese, americana, francese. Anche l’esercizio del tradurre (eseguì la traduzione del «Nero del Narciso» per l’edizione delle opere di Conrad presso Bompiani, diretta da Piero Bigongiari, di Marie Claire di Marguerite Audoux per Guanda) gli permise di accedere alle tecniche della scrittura di altri autori.

Con “Il grammofono” e il suo protagonista, Enrico, Colombi Guidotti apriva una stagione diversa, il tempo del narcisismo dell’Io minimo, l’esaurimento di ogni modello. L’esito era lo stallo paralizzante, la mancanza di soluzioni e di proposte.

Ma al silenzio del singolo avrebbe risposto lo scrittore con la gloria delle parole e Isa Guastalla avrebbe continuato a farne conoscere il profondo significato a generazioni diverse.

Maria Pia Bariggi

ultimo aggiornamento della pagina: 7 gennaio 2016

 

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