Luca Fontana
Gadda: una seria parodia

I Lunedì della Dante
30 marzo 2015

Gadda pubblica nel 1952 “Il primo libro delle favole”, favole intese in senso antico, come parabole morali. Fontana inizia leggendo la favoletta n° 180, in cui si racconta, in toscano letterario, di un Vescovo che ode il cinguettio rumoroso degli augelli al tramonto e pensa che quell’armonia celestiale sia il ringraziamento a Dio e insieme una preghiera per la notte seguente:

“D’un’aperta finestra dell’ipiscopio com’ebbe udito quel diavolìo, monzignor Basilio Taopapagòpuli arcivescovo di Laodicea se ne piacque assaissimo: e dacché scriveva l’omelìa, gli venne ancora da scrivere: “inzino a’ minimi augellini, con el vanir de’ raggi, da sera, e nel discolorare de le spezie universe, e’ raùnano a compieta: e rendono all’Onnipotente grazie di chelli ampetrati benefizi ch’Ei così magnanimamente a lor necessitate ha compartìto, et implorando de le lor flebile boci, contro a la paurosa notte sopravvenente el Suo celeste riparo, da sotto l’ala richinano ‘l capetto, e beati e puri s’addormono…”

In realtà la vera traduzione di quel canto viene svelata nella seconda parte così:

“di sò, el mi barbazzàgn, fatt bèin in là…”
“ditt con me?”
“proppri con te, la mi fazzòta da cul!…”
“mo fatt in là te, caragna d’un stoppid…”
“t’avèi da vgnir premma, non siamo mica all’opera qui…”
“sto toco de porséo…”
“va a ramengo ti e i to morti!…”
“quel beco de to pare…”

Gadda irrompe nel finale del testo con un cambio di stile feroce e, utilizzando termini scurrili di vari dialetti, irride il sentimentalismo del prelato.
In questo raccontino è racchiusa la poetica dello scrittore: veicolare attraverso una scrittura ibrida e personalissima la possibilità di affermare la propria verità, di brandire lo strumento del riscatto e della vendetta contro gli oltraggi del destino. E ancora, la possibilità di denunciare una letteratura ufficiale, che nulla ha in comune con il mondo reale, e una lingua italiana piccolo borghese, che egli ritiene morta.
Già da queste poche righe si coglie il senso della sua scrittura, un misto di italiano dotto, scientifico, filosofico che si contamina con l’apporto di dialetti e di neologismi, per denunciare una realtà vera e dolorosa, complessa e attuale, presentata con descrizioni oggettive, con una estraneità assoluta e senza trasporti emotivi e inutili aggettivazioni.

Fontana passa quindi a presentare, anche attraverso lettura di passi significativi, alcune opere: “Giornale di guerra e di prigionia”. “La cognizione del dolore”, “La stazione elettrica della città del Vaticano”, “Eros e Priapo” e il radiodramma “Il guerriero, l’amazzone, lo spirito della poesia nel verso immortale del FoscoloC. Il relatore innerva i temi letterari alla biografia dello scrittore per avvicinarci alla sua complessità e alle sue contraddizioni. Nato a Milano nel 1893, Carlo Emilio Gadda dopo gli studi umanistici si laurea in ingegneria. È interventista nella prima guerra mondiale, per poi ricredersi amaramente. Si iscrive al partito fascista nel 1921, ma non rinnoverà più la tessera. Esercita la sua professione in Italia e all’estero. Lavora a lungo in Argentina (L’Argentina – Brianza, oltraggiata da ibride villette, di “La cognizione del dolore”). Comincia a pubblicare sulla rivista Solaria fino dal 1930, ma la fama lo raggiunge verso gli anni Sessanta. Vive a lungo a Firenze e dal 1950 a Roma, alieno da contatti della società letteraria. Collabora con la Rai. Muore nel 1973.

Come anticipato sopra, è un alpino entusiasta nel 1915. Sul fronte vive le ingiustizie e le assurdità della guerra, viene fatto prigioniero e nel 1919 lo raggiunge la notizia della morte del fratello aviatore, precipitato con il suo apparecchio durante un combattimento, tragico accaduto che lo getta in un stato di profonda depressione. Nel “Giornale di guerra e di prigionia” testimonia questi eventi e le sofferenze atroci e inutili di tanti giovani Italiani.

Anche contro Mussolini scrive pagine di satira feroce in “Eros e Priapo”; il suo giudizio è analitico, articolato, convincente: Mascellone fu votato e amato (soprattutto dalle donne) in virtù della virilità fallica ed esibizionistica, della mania di grandezza su cui costruiva la propria immagine. Seduzioni dalle quali il popolo italiano si lasciò facilmente conquistare.

E Fontana legge, dopo averci richiesto attenzione per il verbo “pervenne” da cui tutto il brano dipende: “Questo qui, Madonna bona!, non avea manco finito di imparucchiare quattro sue scolaresche certezze, che son qua mè, son qua mè, a fò tutt mè a fò tutt mè. Pervenne, pervenne. Pervenne a far correre trafelati bidelli a un suo premere di bottone su tastiera, sogno massimo dell’ex agitatore massimalista. Pervenne alle ghette color tortora, che portava con la disinvoltura d’un orango, ai pantaloni a righe, al tight, al tubino già detto, ai guanti bianchi del commendatore e dell’agente di cambio uricemico: dell’odiato ma lividamente invidiato borghese. Con que’ du’ grappoloni di banane delle du’ mani, che gli dependevano a’ fianchi, rattenute da du’ braccini corti corti: le quali non ebbono mai conosciuto lavoro e gli stavano attaccate a’ bracci come le fussono morte e di pezza, e senza aver che fare davanti ’l fotografo: i ditoni dieci d’un sudanese inguantato. Pervenne. Alla feluca, pervenne. Di tamburo maggiore della banda. Pervenne agli stivali del cavallerizzo, agli speroni del galoppatore. Pervenne, pervenne! Pervenne al pennacchio dell’emiro, del condottiere di quadrate legioni in precipitosa ritirata. (Non per colpa loro, poveri morti; poveri vivi!) Sulle trippe, al cinturone, il coltello: il simbolo e, più, lo strumento osceno della rissa civile: datoché a guerra non serve: il vecchio cortello italiano de’ chiassi tenebrosi e odorosi, e degli insidiosi mal cantoni, la meno militare e la più abbietta delle armi universe. Il coltello del principe Maramaldo: argentato, dorato: perché di sul trippone figurasse, e rifulgesse: come s’indorano radianti ostensorî. Sui morti, sui mummificati e risecchi dalle orbite nere contro il cielo, (di due rattratte mani scarafaggi al deserto), sui morti e dentro il fetore della morte lui ci aveva già lesto il caval bianco, il pennacchio, la spada dell’Islam, fattagli da’ maomettani di Via Durini a Malano. Per la pompa e la priapata alessandrina. E la differenza la sapete bene qual è, la differenza che passa tra Lissandro Magno e codesto brav’uomo: che l’Alessandro Magno l’è arrivato (sic) ad Alessandria col cocchio: e lui c’è arrivato col cacchio. Si tenne a dugèn chilometri di linea. Riscappò via co’ sua cochi e marmellate dell’ulcera. Scipione Affricano del due di coppe.”

Gadda, sferzante e duro con il duce, mostra compassione e pietà dei vivi e dei morti, per tutti gli infelici e le vittime delle ingiustizie, insuperabile nella capacità di scendere nel fondo delle miserie umane per indagare le pieghe dell’anima. Uomo di cultura, educazione, rispetto, mostra fastidio per le meschinità della società e del mondo letterario. Lucido lettore della storia del nostro Paese, ne denuncia l’arretratezza fino al 1945, il poderoso balzo in avanti non sorretto da cultura e consapevolezza successivo e l’inevitabile regressione del presente.

Autore solitario e scomodo, suscita un riso amaro o addirittura rabbia e repulsione, ma sicuramente ha capito tanto dell’Italia e del suo popolo mai cresciuto.
Fontana, profondo ammiratore di Gadda, lo definisce “maestro di cose, maestro di parole, capace di entrare con il bisturi nella realtà”.

LC

ultimo aggiornamento della pagina: 1o maggio 2015

 

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