Due diverse solitudini:
Emily Dickinson e Antonia Pozzi

Relatore: Stefano Mazzacurati

Per i nostri Lunedì Stefano Mazzacurati ha presentato 21 ottobre 2019 al numerosissimo pubblico della Dante le figure di due poetesse. Ha accompagnato le sue parole e le sue riflessioni, la splendida recitazione di alcune poesie dell’attrice Paola Ferrari. L’incontro è stato molto interessante e intenso per i temi proposti, come la difficoltà di esprimersi liberamente, l’incomprensione degli altri, il bisogno di un rifugio, la differenza del cammino esistenziale delle due poetesse. Infatti: le diverse solitudini.

Riporto, qui sotto, una poesia e un breve profilo biografico di entrambe.

Antonia Pozzi

Solitudine

Ho le braccia dolenti e illanguidite
per un’insulsa brama di avvinghiare
qualchecosa di vivo, che io senta
più piccolo di me. Vorrei rapire
d’un balzo e poi portarmi via, correndo,
un mio fardello, quando si fa sera;
avventarmi nel buio per difenderlo,
come si lancia il mare sugli scogli;
lottar per lui, finché non mi rimanesse
un brivido di vita; poi, cadere
nella più fonda notte, sulla strada,
sotto un tumido cielo inargentato
di luna e di betulle; ripiegarmi
su quella vita che mi stringo al petto –
e addormentarla – e anch’io dormire, infine…
No: sono sola. Sola mi rannicchio
sopra il mio magro corpo. Non m’accorgo
che, invece di una fronte indolenzita,
io sto baciando come una demente
la pelle tesa delle mie ginocchia.

Figlia dell’importante avvocato milanese Antonio Pozzi e della contessa Lina Cavagna Sangiuliani, Antonia scrive le prime poesie ancora adolescente. Studia al Liceo classico Manzoni di Milano, dove intreccia con il suo professore di Latino e Greco, Antonio Maria Cervi, una relazione che verrà interrotta nel 1933 a causa delle forti ingerenze da parte dei suoi genitori.

Nel 1930 si iscrive alla Università Statale di Milano frequentando coetanei quali Vittorio Sereni, suo amico fraterno, Enzo Paci, Luciano Anceschi, Remo Cantoni e segue le lezioni del germanista Vincenzo Errante e del docente di estetica Antonio Banfi, col quale si laurea nel 1935.

Tiene un diario e scrive lettere che manifestano i suoi molteplici interessi culturali, coltiva la fotografia e ama le lunghe escursioni in bicicletta. Il suo luogo prediletto è la settecentesca villa di famiglia, a Pasturo, ai piedi delle Grigne, nella provincia di Lecco, dove studia e scrive a contatto con la natura solitaria e severa della montagna. Di questi luoghi si trovano descrizioni, sfondi ed echi espliciti nelle sue poesie; mai invece descrizioni degli eleganti ambienti milanesi, che pure conosceva bene.

A soli ventisei anni si tolse la vita in una sera di dicembre del 1938 e nel suo biglietto di addio ai genitori parlò di «disperazione mortale»; la famiglia negò la circostanza scandalosa del suicidio, attribuendo la morte a polmonite. Il testamento della Pozzi fu distrutto dal padre, che come aveva censurato la sua vita manipolò anche le sue poesie, scritte su quaderni e allora ancora tutte inedite.

È sepolta nel piccolo cimitero di Pasturo.

Emily Dickinson

Ha una sua solitudine lo spazio

Ha una sua solitudine lo spazio,
solitudine il mare
e solitudine la morte,
eppure tutte queste son folla
in confronto a quel punto più profondo,
segretezza polare,
che è un’anima al cospetto di se stessa:
infinità finita.

Nacque nel 1830 ad Amherst, nel Massachusetts, da una famiglia borghese di forti tradizioni puritane. Durante gli anni delle scuole superiori decise, di sua spontanea volontà, di non professarsi pubblicamente cristiana, come prevedeva la consuetudine dell’epoca. Ma se la Dickinson aveva mostrato scetticismo nei confronti della religione, nutriva tuttavia un forte interesse per la sfera spirituale: questa contraddizione tra il dubbio e la ricerca appassionata della “verità” fu alla base della sua intensità poetica.

Emily iniziò a scrivere circa alla metà del XIX secolo, quando nel New England si sviluppò un’intensa attività letteraria e la poesia era un genere molto popolare, ma per le donne in quel periodo era difficile intraprendere qualsiasi professione.

Benjamin F. Newton, un avvocato che lavorava alle dipendenze del padre, fu un suo grande amico e confidente, leggeva le poesie composte da Emily e le dava consigli, rimase un grande amico anche quando la scrittrice si ritirò gradualmente dalla vita sociale.

A proposito del padre, la poetessa espresse un giorno il seguente giudizio: “Mio padre è troppo impegnato con le difese giudiziarie per accorgersi di cosa facciamo. Mi compra molti libri ma mi prega di non leggerli perché ha paura che scuotano la mente”.

Emily Dickinson visse la maggior parte della propria vita nella casa dove era nata, ebbe modo di fare solo rare visite ai parenti di Boston, di Cambridge e nel Connecticut. La giovane donna amava la natura ed era costantemente ossessionata dalla morte; a partire dal 1865 iniziò a vestirsi solo di bianco, in segno di purezza.

Nel 1855 compì un viaggio a Washington e a Philadelphia, dove conobbe il reverendo Charles Wadsworth, del quale si innamorò. Il suo rimase un sentimento platonico (il pastore era già sposato e aveva dei figli) e la Dickinson dedicò molti dei suoi componimenti a questo amore. Poco dopo il suo breve viaggio a Washington, la poetessa volle estraniarsi dal mondo e si rinchiuse volontariamente nella propria camera al piano superiore della casa paterna, anche a causa del sopravvenire di disturbi nervosi e di una fastidiosa malattia agli occhi, e non uscì di lì neanche il giorno della morte dei suoi genitori. Credeva che con la fantasia si riuscisse a ottenere tutto e interpretava la solitudine e il rapporto con sé stessa come veicoli per la felicità.

Emily Dickinson morì di nefrite nello stesso luogo, in cui era nata, il 15 maggio 1886.

La sorella Vinnie scoprì i versi nascosti e si interessò alla loro pubblicazione, che sarà sempre parziale fino all’edizione critica completa del 1955 curata da Thomas H. Johnson e comprendente 1775 poesie.

Una rivelazione editoriale che, grazie all’enorme potenza sensitiva, mentale e metafisica della poesia di Emily Dickinson, ha dato il via ad un vero e proprio fenomeno di culto.

Mi piacerebbe che gli amici amanti della poesia inviassero a questo sito i versi preferiti delle due poetesse.

 

Lori Carpi

ultimo aggiornamento della pagina: 4 novembre 2019

 

 

5 comments for “Due diverse solitudini:
Emily Dickinson e Antonia Pozzi

  1. Cristina Molinari Tosatti
    05/11/2019 at 11:24

    Ho paura, e non so di che: non di quello che mi viene incontro, no, perché in quello spero e confido. Del tempo ho paura, del tempo che fugge così in fretta. Fugge? No, non fugge, e nemmeno vola: scivola, dilegua, scompare, come la rena che dal pugno chiuso filtra giù attraverso le dita, e non lascia sul palmo che un senso spiacevole di vuoto. Ma, come della rena restano, nelle rughe della pelle, dei granellini sparsi, così anche del tempo che passa resta a noi la traccia. Forse è perchè quella rimasta in me è particolarmente lieta, forse perchè se pure alcunché di doloroso o di violento è passato nella mia vita tranquilla, io ho vissuto questa vita intensamente, godendo quasi della mia stessa sofferenza, esultante per la gioia di poter vivere dentro di me, di sentirmi dentro, chiusa come in uno scrigno, un’anima, un’anima palpitante, ridente, nostalgica, appassionata; è forse per questa piena di sentimenti, per cui in una giornata soffro e godo ciò che apparentemente si può soffrire in tutta un’esistenza che rimpiango il passato; perché sono contenta di essere io, con i miei difetti e con le mie poche virtù, perché non so se in avvenire potrò essere ancora così.
    (Antonia Pozzi)

  2. Rina Benecchi
    05/11/2019 at 18:14

    A un cuore in pena

    A un cuore in pena
    nessuno si avvicini
    senza l’alto privilegio
    di aver sofferto altrettanto

    Emily Dickinson

  3. Assunta Braschi
    06/11/2019 at 14:27

    1051

    Ad ogni incontro con la primavera
    non so star quieta – sorge il desiderio
    antico, un’ansia mista ad un’attesa,
    una promessa di bellezza

    ed una gara di tutto il mio essere
    con qualcosa che in essa si nasconde.
    Quando la primavera svanisce, v’è il rimorso
    di non averla guardata abbastanza.

    Emily Dickinson

  4. Giuliana Gallani
    08/11/2019 at 08:18

    Lieve una stella d’oro
    s’accostò alla sua sede maestosa-
    slacciò la luna il cappello d’argento
    dal suo lustrale volto
    e dolcemente si accese la sera
    come un salone australe.
    Padre – osservai al cielo – sei puntuale.

  5. Marisa Dragonetti
    09/11/2019 at 14:09

    Non conosciamo mai la nostra altezza
    finché non ci chiedono di alzarci
    e allora se fedeli al progetto
    la nostra misura tocca i cieli
    L’eroismo che recitiamo
    sarebbe una cosa normale
    se non falciassimo i cubiti
    per paura di essere un Re
    Emily Dickinson

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